La poesia come pagine di un diario di bordo

di Vito Lo Scrudato

 

La presentazione del volume di poesie "Ballata della nave fantasma nel mare di Sicilia" di Evelina Maffey c avvenuta a Sciacca il 6 Marzo 2010 presso la Chiesa di Santa Margherita c è stata per chi scrive questa nota l'occasione autentica per sperimentare, ritrovare, reinterpretare una serie di emozioni, il cui elemento centrale è ovviamente il testo poetico. La piovosità e l'aria invernale del pomeriggio del 6 Marzo nulla ha tolto alla magia e all'atmosfera di una cittadina ricca di paesaggio composito tra mare e insediamento umano/urbano: Sciacca è una donna bella adagiata noncurante della sua stessa bellezza sul un alto promontorio da cui ammira il vasto orizzonte e che si lascia ammirare dal viaggiatore proveniente dal mare o dall'interno dell'Isola. La chiesa sconsacrata di Santa Margherita poi ha dato all'incontro un valore aggiunto in riverberi di memoria, di passato, di eterne proposizioni artistiche ed estetiche.

In tale contesto parlare dei versi di Evelina Maffey è stato come dipanare intanto gli itinerari di un tratto d'esistenza della donna/poetessa utilizzando proprio Sciacca come ambiente di vita centrale (altri se ne presentano negli scritti della poetessa), la città essendo arbitrariamente vissuta (da Evelina Maffey, ma ancor di più da chi scrive) come donna, come madre, come terra fonte di vita e ricettacolo di morte, al pari dalla distesa d'acqua sottostante, quel mare che dispensa sogni, nostalgia per i paesi lontani, le tragedie dei naufragi, i sogni effimeri di isole vulcaniche durate giusto il tempo di piantarvi una seriosa bandiera con le insegne militari degli Stati provvisti di Marina Militare. Il riferimento va alla provvisoria comparsa dell'isola Ferdinandea nel mare antistante la città di Sciacca che nel 1830 innescò una disputa per il possesso tra inglesi e borbonici, per poi dopo un tempo insufficiente inabissarsi nuovamente e definitivamente sul fondo del mare trascinandosi dietro le ambizioni dei nuovi tragicomici possessori.

Ben più seria e pregnante è nell'opera poetica della poetessa saccense d'adozione invece la rappresentazione del naufragio, più recente, di una nave carica di "clandestini" (le virgolette a significare che li si vuole clandestini al mondo, alla vita), i neri d'Africa, che vengono ancora una volta deportati da schiavisti non meno crudeli di quelli che scrissero col sangue degli africani la trasferta di massa verso le Americhe.

Nello scorrere le poesie di Evelina Maffey sono molti i luoghi del dolore, del dolore individuale e del dolore collettivo, nelle sue diverse manifestazioni, dalle disillusioni d'esistenze monche, normalmente private di un utile finale, agli eventi che segnano la morte in forma violenta per mano di carnefice di Stato. Sulla pena di morte in modo assai concentrato la Maffey sa esprimere la profondità del dramma che ha occupato la penna di altri scrittori sul tema. La pena di morte è obiettivamente una perversione intollerabile praticata dai sistemi giudiziari ancora di troppi paesi sicuramente più sadica del crimine stesso in qualunque forma esso si presenti. Non sappiamo se la poetessa autrice anche dell'intensa e inebriante raccolta "la grotta azzurra e il satiro danzante" abbia letto le pagine che al tema della pena di morte ha dedicato Dostojewskji che ebbe la sventura, lo shock, di averla sperimentata in forma di tragica messinscena e che così si esprime: "Letta la sentenza di morte quest'ultima speranza (di sfuggire alla morte casuale) te la tolgono con certezza; qui c'è una condanna, e appunto nella certezza che non vi sfuggirai sta tutto l'orrore del tuo tormento, e al mondo non c'è tormento maggiore di questo. (..) Chi ha detto che la natura umana è in grado di sopportare questo senza impazzire? Perché un affronto simile, mostruoso, inutile vano? () No, non è lecito agire così con un uomo." Fin qui il grande scrittore russo. Da qui invece diamo voce alla poetessa di Sciacca sullo stesso tema: "la fossa, le segrete oscure/ l'isolamento/ l'oscurità totale/ la fuga dell'impossibile () una parola graffiata/ sulla pietra:/ libertà. Ho scritto con il sangue." Sembra obbligatorio far visita nella cella della vigilia ad un altro condannato a morte di carta, "lo straniero" di Albert Camus, straordinariamente interpretato da un Marcello Mastroianni in stato di grazia in un film dell'insuperato Luchino Visconti. Fa dire Camus al suo condannato a le supplice insupportable à l'imagination: "Pour que tout soit consommé pour que je me sente moins seul, il me restait à souhaiter qu'il y ait beaucoup de spectateurs le jour de mon exécution et qu'ils m'accueillent avec des cris de haine." Un'evidente realizzazione del concetto dell'assurdo della vita (e della morte, di quella morte), uno stato di pazzia come uscita d'emergenza, una scialuppa di salvataggio che però non salva affatto.

I luoghi del dolore nella poesia di Evelina Maffey si affiancano ai momenti in cui si afferma l'amore come valore assoluto e come dimensione di vita individuale, nella sue diverse forme: l'amore per i figli, l'amore come eros, l'amore universale per l'umanità che diventa obbligatoriamente l'affermazione di principi e valori, richiamati in un totale esercizio di coerenza. Tutto questo offre la lettura del testo di una donna che ha vissuta attraversando diverse culture (Trieste, Londra) prima di diventare siciliana e della sicilianità assumere il tarlo della "redimibilità" o della dannazione irreversibile dell'isola del mito. Già, il mito. Il mito non lo si può liquidare con un solo accenno, il mito essendo nel sentire e nell'opera poetica di Evelina Maffey un termine di paragone costante: lo ritroviamo nei titoli delle sue opere e lo troviamo nella strutturazione interna, le "sezioni" come le chiama lei stessa, dei volumi di poesie. Il mito in Maffey è il tentativo di dare segno e corpo agli avvenimenti e alle emozioni del presente, facendo ricorso ad una spiegazione antichissima e ancora provvista di fascinosa efficacia (il mito è prima d'altro una spiegazione di un evento altrimenti non compreso).

Al riparo piuttosto effimero del mito Evelina Maffey affronta intrepida e a volte dolente, l'esistenza, sua e quella dei suoi contemporanei, non si sottrae alle sensazioni che la investono, a tutti i rischi che si presentano minacciosi nel corso del viaggio di vita, afferma il coraggio di vivere cercando piena felicità e assumendo su di se il dolore del mondo. Senza tuttavia derogare dal bisogno di avere come costante compagnia le pagine intense di un diario di bordo, dove rileggere il passato e dove scrivere del presente, dove, infine dare forma e significato all'orizzonte del domani.

 

Sciacca, 06.03.2010 Vito Lo Scrudato