Sciacca, 8 marzo 2009
Auditorium S. Francesco

"La grotta azzurra e il satiro danzante", di Evelina Maffey:
un mito mediterraneo come medium dell'Amore Universo, dell'inesprimibile Assoluto.
di Ester Monachino

Ogni volta che si è davanti a un libro di versi, dinanzi alla manifestazione stessa della Poesia, della matrice del Verbo che si fa corpo di parola in un uomo, in una donna, loro vita stessa, ogni volta bisogna immergersi in esso, nel libro, nei versi, come in un mare profondo ed esserne inghiottiti, sommersi, diventarne un tutt'uno pur rimanendo misteriosamente se stessi.
Ogni volta avviene questo e, ogni volta, ritornano ad essere veritiere le parole di Platone: "Poesia è qualsiasi forza che porti una cosa dal non essere all'essere".
Poesia, dunque, è una forza, s'identifica con essa sia che questa forza sia considerata nel suo aspetto impalpabile evanescente, si potrebbe dire spirituale, sia nel suo aspetto materico, di carne e sangue, che è lo stesso che dire Parola.
Innumerevoli potrebbero essere queste forze nel caleidoscopio dell'essere e dell'esserci, innumerevoli quanto le sfaccettature dell'animo umano e quelle di ogni creatura.
Invero, e certamente ne concordiamo, le forze principi sono quelle di Eros e Tanathos, Amore e Morte, dualità e complementarità insieme, nell'infinita ombreggiatura che arpeggia dall'uno all'altro.
Queste forze, per un'alchimia misteriosa, fanno della parola il veicolo della Vita. La Parola comunica l'Essere all'Esserci.
Quanto detto, per introdurre il volume di versi di Evelina Maffey "La grotta azzurra e il satiro danzante", Premio L'Autore Libri delle Edizioni Firenze Libri. Strutturalmente, il volume è un poemetto ritmato in cento composizioni più una, senza singole titolazioni ma con una numerazione progressiva.
Sommergermi nei versi di Evelina, invero, mi ha ancora fatto intendere il carattere elitario della poesia autentica in questi nostri tempi di disperante caduta dei valori interiori a favore delle facili mercanzie (anche di parola), delle apparenze a for di pelle che nulla o poco sanno del mondo che sta sotto la pelle, mondo cosmico e unificante.
L'input alla scrittura viene dato dal ritrovamento nel 1998, nelle acque mediterranee di Mazara del Vallo, del "Satiro Danzante". Nella sua vita acquatica, di 24 secoli, ha conosciuto la ninfa del mare Ermione, la sua storia d'amore con l'imperatore romano Tiberio nei luoghi di una Capri d'incanto. Amore che, essendo soprattutto storia interiore della "soglia tra il finito e l'infinito", storia alchemica di conoscenza, "iniziazione sacra", conduce ad una metamorfosi al di là dell'umano. Ermione, così, è una Nereide, una ninfa del mare.
Il Satiro si fa, pertanto, cerniera, fulcro, attorno al quale giostrano paesaggi di emozione, di tenerezze, di passioni, di svoli mentali e paesaggi di natura splendida che i luoghi di Capri e di Sicilia sanno elargire.
Basalto del dettato è, dunque, l'Amore, che è forza principe, forza iniziatica di conoscenza suprema. Il poeta ascolta la storia dei due amanti dentro di sé, sente la loro passione, la traduce in versi di poemetto con andatura ritmica di duetto dolcissimo, incanzante, fortemente svettante quando il sentire si fa voce acuta, sangue acceso e scorrevolissimo, visione della mente e del cuore che trapassa il vedere del visibile.
Parlare con la voce di Tiberio è lirica purissima per il cuore che ascolta. Ascoltiamolo nei versi di pag. 48: "Ancora tu./ Rosa dei Venti/ che entri con forza/nel mio petto./ E sei così lontana/più bella che mai./ Tu che fai cantare/della follia violenta./ Ed io canterò/ le tue labbra rubino/ i tuoi occhi smeraldo/ il tuo corpo topazio/che sprofonda sofficemente/ adagiato e pigro nell'isola/ di Capri e le tue braccia/ nel Maestrale, tra gli albicocchi/ in fiore, i tuoi capelli liquirizia/ tra il profumo dolciastro/ di zagara e di zibibbo/e le tue gambe nel mio mare/ zefiro che si tinge turchino./Ancora tu e il tuo respiro/dentro, dentro di me..".
Le metafore che rendono la donna pietre preziose, il collocarla tra paesaggi, colori e profumi d'incantamento, traducono, conducono l'individuo, il singolo verso il corale, verso il tutto. L'amore di Tiberio per Ermione si fa Amore Universo, si fa forza divina e divinizzante, si fa Energia che unifica ogni complementare affinché ritorni all' Origine.
Amore come soglia verso l'Oltre. Leggiamo a pag. 90: "...Consegnami la tua passione vergine/ incontaminata, inesplorata./ Permettimi di sondare l'insondabile." Ecco, l'Amore consente di affermare: "Mi specchio nell'inesprimibile luce" (pag. 115) e "Ascolto in silenzio/ l'indicibile assoluto" (pag. 136). Ecco, l'Amore consente, l'Amore fatto Parola, fatto "stupore e incanto", consente "l'estasi della poiesis" (pag. 137).
L'incanto, il magico dire poetico di Evelina Maffey, certamente stazione d'arrivo d'un excursus interiore di macerazione continua del pensare e del sentire trasmutati in versi, in questo volume assumono una compattezza poematica non soltanto per il dettato che è filo conduttore, ma soprattutto per la lirica forza della parola che sommerge in un unicum impalpabile, che rende prensile il segmento avente come punti apicali la mente e il cuore, l'intelletto e il sentire.
La versificazione liquida e scorrevolissima non ha spigoli ma ben denota il travaglio affinché la pregnanza del dire non abbia voli radenti ma acutezze di svoli immensurabili.
Nella parte centrale del poemetto, quindici composizioni racchiuse tra i numeri 38 e 62, sono una martellante, incalzante ricerca di parole con uguale inizio alfabetico. E' lontano il voler pensare a un testo esclusivamente intellettuale, sebbene vi sia la ricerca specifica delle singole parole di notevole pregnanza; si è lontani da una pura estetica. Credo si debba guardare al singolo testo come a un rosario altamente metaforico che, accostando fianco a fianco le parole senza alcuna verbalità o compiutezza di frase, stimoli il lettore all'essenza di una nominazione creativa. Questi testi sono il più delle volte alternati a composizioni brevi: un voler ritornare alla concentrazione del Sé, un voler ritornare alla riflessione essenziale che nell'espressione poetica assume la liricità della Bellezza. Queste composizioni sono voce di Ermione e tutto diventa nido, mare, utero cosmico in cui crescono i germogli del vivere, utero che nutrica la creatura e l'Amore stesso, Via Lattea universa.
Le dieci composizioni che vanno dal 91 al 100 sono altresì nominate "Chorus": qui il singolo, innalzando il proprio personale dettato all'essenziale, assume voce corale per cui il profondo sentire, l'intima passione vibrano di suono cosmico, sono indicatori di un unico tessuto astrale.
La composizione 91 evidenzia: "Nel mio respiro racchiuso il tuo alito e il soffio del cosmo/ Intero". Gli orizzonti, pertanto, si slargano e vanno oltre i confmi del visibile. Niente vive nella stasi, tutto è movimento: anche la femminilità di Ermione, anche la passione travolgente di Tiberio. Tutto è nella mutazione. Ogni cosa si fa simbolo essenziale.
Invero, nella mutazione tutto permane. L'indicibile e l'assoluto vengono "detti" dal Mito che travalica Tempo e Spazio, perché va al di là e profondamente dentro essendo Parola dell'Essenza. E' grazie al mito che le frontiere dell'anima diventano permeabili, come ben conclude il poeta nell'ultima composizione del poemetto.
Tantissime sono le citazioni, le spiegazioni che si incontrano via via nel testo: segno di una profonda cultura che non intacca il dire poetico ma che lo approfondisce. Cultura e liricità sono, infatti, colonne portanti nella poesia di Evelina Maffey.
La cultura, metabolizzata, si fa tessuto intimo del poeta e dettato; la liricità è il suo respiro, il suo modo di essere e di esserci. Lo specchio di lei, creatura, donna, poeta.


Ester Monachino