GIUDIZIO di Armando Alessandra su

AL LARGO DI ORIONE

Nella lettura attenta delle poesie del recente libro di Evelina MAFFEY, meditando sul contenuto in versi liberi "meraviglia mi ha colto in un momento" della somiglianza fortuita con il mondo interiore, pregno di dolore e di trascendenza, dovuto al nostro tempo di assenza di valori.

Anche i miei personaggi, me compreso, sono come degli emarginati dalla convivenza sociale per necessità rivolti a un mondo superiore, di cui parla la Poetessa, e sono "intermediari puri dei vivi e dei morti".

Inoltre noto, da me vissuto spasmodicamente, lo stesso, "Superato l'erto muricciolo - limite tra reale ed irreale, - sensibile e ragione, - mi arrampico tra i raggi - solari ruote di libertà".

Nel rispetto della sua espressione poetica leggo ancora: "Meraviglia e stupore - rapita dalla luce, avvolta - in una nuvola celeste - estasiata contemplando il vero". E' proprio una contemplazione ultraterrena, una estasi quella che mi colpisce e mi sollewa dalle prove terrestri al "VERBO".

In più noto i versi che mi riportano al titolo del libro: "Orione mi aspetta - nella sua costellazione - d'amore e di perdita"; e mi rendo interprete delle parole spontanee e profonde del significato di dolore, che angustia i nostri giorni, e dell'amore che riduce, a nostra insaputa, le delusioni, e le esperienze della vita. Tale amore diventa "fulcro universale" e molla per sopravvivere fino a tarda età, sfidando il presente e lanciandosi nel futuro.

Tutte le poesie, dunque, sono improntate a quello spirito di sofferta passione nel cammino dell'esistenza umana, da considerare come un calvario necessario per la salvezza, di cui esemplare insuperato è il CRISTO, dalla poetessa espresso con la parola "VERBO".

Concludo brevemente con alcuni versi di E. Maffey che ci riportano alla sostanza del vivere e del convivere sulla Terra, che in tutti gLi esseri, animali, piante, acque, cieli, razionali e irrazionali, tutti affetti di un male, che forse solo la morte può cancellare e condurci in altri mondi più sereni del nostro: "Il viaggio con il proprio doppio - per acoprire l'orrore che c'è in noi - la propria identità nascosta".

Infine, a nostra consolazione estrarrò qualche scintilla del mio recente dettato poetico, da cui si rileva che proprio nella perdita della nostra identità, è la salvezza, il ritorno alla Patria vera celeste.

Firenze, maggio 2001

 

 

 

EUPHERBIA PULCHERRIMA

a Claude Lèvi Strauss

Notte fonda, buio pesto.

La scía luminosa taglia il cielo

arabescato di campanellini

di spruzzi di piume danzanti

al canto di musiche sacre.

Il mondo con un profondo

e sonnolento sbadiglio

giace supino avvolto da una

coltre stellata.

Solo lui osa violare il letargo

guidando un cocchio di renne

selvagge, le corna aggrovigliate.

La sua barba di zucchero filato,

il suo manto porpora ricamato

d'oro, la cinta e gli stivali neri

borchiati di lune d'avorio.

Monarca in terra e cielo

elargisce doni ai bimbi

anelli di Saturno, congiunzione

di astri, bozzoli di seta, boccioli

appena schiusi, vitellini di latte,

germogli di fiori di campo,

gemme del firmamento,

cellule germinanti nell'arido grembo

imbiancato, sudario invernale.

Intermediari puri

dei vivi e dei morti.

Gli alberi innevati luccicano

come lampadine al neon, l'agro

muschio, il superbo vischio,

la terra dormiente e gravida,

forza tellurica, legame ancestrale

e dei vivi e dei morti.

Babbo Natale condannato dal fato

a ritornare ogni solstizio sulla

terra, ruota attorno ad un asse

terrestre, frulla come una trottola,

giocattolo di bimbo,

recita con una maschera di cartapesta

quando Kronos scende negli inferi

per regalare una lacrima

di diamante

a un sorriso sbocciato di bimbo.

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DALLA CAVERNA

I

Dentro una caverna io

e i miei fratelli legati

in catene prigionieri

di mura roccia e pietre,

l'assordante stridore

di pala e piccone, le pietre,

preziose estraevamo

con dolore e assenza.

 

II

Una folgore di sangue

squarciò l'essenza

l'antro colpito di fulgore

sulle pareti ombre di figure,

eco di voci contraffatte

segno di una realtà fluttuante,

Noi senza poter volgere il collo

e legate le mani e i piedi

gonfi dallo strascicare

del sordo ferro.

 

III

Libero, strappai il giogo

precipitando nel vuoto,

l'incerto, lo sconosciuto.

Superato l'erto muricciolo

limite tra reale ed irreale

sensibile e ragione,

mi arrampicai tra i raggi

solari, ruote di libertà.

 

IV

La luce mi ferì gli occhi

ciechi tumefatte palpebre

di oscuri silenzi smarrite.

Eclissi di sole, purezza

di luce illividita.

Angoscia di ombre e voci

trasformate in solide statue

diventate in carne ed ossa.

L'immaginazione e la credenza

i diversi gradi della conoscenza.

Meraviglia e stupore,

rapito dalla luce, avvolto

in una nuvola celeste

estasiato contemplando il vero.

 

V

Ma vivo era il ricordo

dei miei fratelli laggiù sepolti

come topi, scarafaggi e bestie

forze brutali, sensi primitivi

anime irascibili e concupiscibili.

 

VI

Io, l'eletto discesi nell'oltretomba

ritornai nelle tenebre

deriso, umiliato, beffeggiato,

diffusi il verbo.

 

VII

Risalii le volte del pensiero,

risalii i gironi dell'inferno

gli occhi ciechi di buio

rarefatto verso immagini

di ombre, specchi d'acqua,

riflessi ed imitazioni

copie di classi inferiori.

 

VIII

Fascino e tragedia

enigma della vita,

intuizione spirituale .

Ascesi in un mondo superiore

contemplando il bene, il vero

e il bello.

 

IX

 

Guido, ricerco, senza sosta

il senso estremo della mia presenza.

 

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ORIONE MI ASPETTA

 

1

I tuoi giochi di parole

senza un filo di ghiaccio

hanno squarciato i miei veli

di fiori d'arancio

e il tuo sguardo d'intesa,

di desiderio d'uomo

che pensa, vuole, osa:

money, money, money.

E' sempre un potere

il tuo che soggioga

la mia mente e il mio volere

senza falsi pudori

e la tua aria di playboy

tra scherzoso e nonchalance

ed io, pretty woman, t'aspetto

da Dafne travestita d'alloro.

2

Orione mi aspetta

nella sua costellazione

d'amore e di perdita,

nell'oblio dei sensi

nel vuoto immemore

nel cerchio della vita

plesso solare di struggenti

ricordi, nella brina

che sublima

suoni ancestrali

e peccati mortali.

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IL VIAGGIO

 

 

Il viaggio con il suo doppio

scoprire l'orrore che c'è in noi

la propria identità nascosta

un mondo celato

oltrepassando una porta

snudando una maschera

l'orrore.

L'orrore a forma di stelo,

di carta di giornale

lo strappo, lo sguardo

perduto nell'ignoto

nella palude dello Stige

nel pozzo nero di tenebre

il mostro che c'è in te

scappato, attorcigliato da entità

svegliato nell'improvviso terso

giorno

nella cruda verità

il ritorno dall'impossibile

mondo virtuale, creato dalla mente

il viso zebrato dalla grata

di un confessionale

lo specchio alle spalle

mentre si contorcono i muscoli

il fuoco brucia la scrittura

annegare nella solitudine

emergere dall'ombra del nulla

senza mai essere esistito.

Ho viaggiato con la mente

i grattacieli come funghi

capelli protesi verso il cielo

la violenza, l'epidemia

il fumo a spirale contagia.

Meglio restare chiusi,

fuori la paura, l'angoscia

gli squarci, bagliori e lampi

il pipistrello e l'ululo del coyote

urla, gemiti in lontananza

fragore di tenebre oscillanti

il cigolio di una porta di ferro

battuta scossa da tizzoni ardenti

il disordine, corpi gonfiati tra

la folla perduta

il riso amaro di una sceneggiata

l'amaro pianto di una risata.

Ho battuto il fuoco

ho vinto,

le sirene non suonano più.

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